D: “Caro Prof. Paticchio siamo orgogliosi di debuttare con Lei per le interviste di SBOnline nella rubrica “Labor Ars Amor”, che si occuperà di definire identikit di professionisti che mostrano nell’attività amore per la vita e interesse sociale. Dunque, Lei di cosa si occupava prima di diventare il nostro Professore di filosofia? Mi riferisco alla sua attività nei centri sociali, esperienza di cui a volte ci ha anche parlato in classe…”
R: “Da quando ho finito di studiare filosofia nel ’96, ho quasi sempre lavorato nel sociale.
In realtà lavoravo in questo settore anche prima di laurearmi: facevo volontariato articolato da una parte con i bambini dei quartieri più disagiati delle mie parti [ndr il Prof. Paticchio è pugliese] e dall’altra con i tossicodipendenti. Quando ho cominciato a lavorare, il mio impegno professionale nel sociale è diventato più strettamente legato al disagio e alle situazioni difficili nelle quali vivono bambini ed adolescenti. Ho lavorato, infatti, come educatore nelle comunità di accoglienza per bambini che, per motivi che però non riguardavano mai il bambino in prima persona, ma sempre la sua famiglia, vengono allontanati dalle famiglie stesse per decisione del tribunale dei minori e vanno a vivere in comunità, insieme a noi educatori. Dopo i primi anni dedicati ai bambini, mi sono avvicinato sempre di più agli adolescenti. Per questa fascia d’età ho svolto diverse attività, l’assistenza scolastica, l’assistenza domiciliare; di solito si trattava di casi e situazioni abbastanza complicati, seguendoli per più anni, durante la loro crescita.
Poi iniziai un periodo di lavoro come operatore di strada, cioè un operatore/educatore sociale che lavora letteralmente in strada, direttamente a contatto con i ragazzi in generale, non solo in situazioni di disagio ma anche nell’agio. Una Comunità di Strada è quella del Comune di Ancona che si chiama “Informabus”: come primo coordinatore di questa attività, che si serviva di un camper coloratissimo, riconoscibile da tutti, con la mia squadra ci si muoveva in diverse parti della città, nei punti di ritrovo adolescenziale (parchi, circoli, bar); si prendeva contatto e confidenza pian piano, ma in modo da poter essere sempre interlocutori validi, soprattutto, riguardo ai temi più delicati: alcol, droga, sesso… Praticamente, spostandoci, andavamo con una specie di salottino o ufficio mobile a trovare i ragazzi e loro stessi, pian piano, riconoscendoci, si avvicinavano. All’inizio venivano semplicemente per effettuare richieste di gadgets, magliette o preservativi. Poi iniziavano ad aprirsi, raccontandosi: in senso lato, svolgevamo un tipo di lavoro di supporto, di aiuto, magari cercando anche di indirizzare qualche soggetto a chi meglio di noi poteva sostenerlo.
Lavorare con l’agio, d’altro canto, significava lavorare i venerdì e i sabato sera davanti ai locali e alle discoteche, dove si attuava la cosiddetta “riduzione del rischio”. Sappiamo che nei locali i ragazzi bevono e alle volte si mettono alla guida in condizioni di non perfetta lucidità, perciò il nostro lavoro era quello di contattare i ragazzi prima che entrassero nei locali e stringere con loro una specie accordo. Il patto era che i ragazzi ci lasciassero le chiavi della macchina e noi, una volta che loro uscivano, avremmo misurato il loro tasso alcolico, restituendo le chiavi soltanto a chi era in grado di guidare. Facevamo un’azione preventiva nei confronti sia degli incidenti stradali e sia degli eventuali controlli stradali successivi.”
D: “Bhè, questo Prof. Le ha dato una specie di “anteprima rispetto alla sua professionalità successiva”, agli ambienti dove si sarebbero svolti successivi o diversi scenari lavorativi. Forse non sempre un professore al Liceo trova un ambiente così “tranquillo”, così come si vorrebbe credere, specie in realtà un po’ “periferiche” del Paese, come quella della nostra città.”
R: “Sì, questo mi ha permesso di conoscere qui in Ancona, e nei paesi limitrofi, moltissimi ragazzi che poi ho anche rincontrato e, in alcuni casi, tra di noi sono nati anche rapporti personali che vanno al di là dell’attività. Il lavoro nel sociale concede questi doni e può prolungare i rapporti: in effetti non è un lavoro qualsiasi.
Ma siete curiosi di sapere l’“ultima tappa” del mio percorso lavorativo?”
D: “Prima di insegnare a scuola?”
R: “Sì, è stato il periodo più “lungo” e continuativo, perché in questo mondo e nell’ambito del sociale, il profilo dei professionisti è spesso un po’ eclettico. Bisogna essere flessibili, ragazzi miei, se si vuole lavorare. Bisogna innamorarsi di ciò che si fa. Ebbene, sono stato per 10 anni il responsabile di una comunità di accoglienza di ragazzi adolescenti sia italiani, con disagio e difficoltà in famiglia, sia stranieri, in particolare rifugiati e richiedenti asilo, che avevano affrontato viaggi allucinanti per arrivare qui, non accompagnati da nessun adulto. Questi ragazzi non avevano i loro genitori e dovevano essere presi per mano, da un lato come adolescenti, anche se molto diversi dai nostri per le esperienze da loro vissute, e dall’altro anche come stranieri, perché ogni straniero, quando arriva in un paese che non è il suo, è come un bambino: ha bisogno di essere preso per mano ed accompagnato, indipendentemente dalla sua età. C’è da prendersi cura di loro anche nel percorso per imparare la lingua, per ambientarsi, per capire la nostra cultura… Soprattutto li ho aiutati per i documenti, per ottenere l’asilo politico, ricordo che alcuni di loro venivano da storie pesanti, di guerra, di violenza e povertà estreme”.
D: “Ma in fondo al cuore, dica la verità, puntava alla cattedra, Prof.?”
R: “No, non ho mai avuto troppo le idee chiare su ciò che avrei fatto “da grande” e si sono succedute in me diverse vocazioni… addirittura sacerdotali nella prima adolescenza… Ah Ah [ride ndr].
Ora, se mi ascolto profondamente, forse la mia vera vocazione sarebbe stata quella del musicista. Intorno a questa figura ci sarebbe una lunga storia da narrare…”
D: “Ce la racconti: in fondo la rubrica si dedica anche a figure di lavoratori “artisti”.”
R: “C’è stato anche un momento nella mia vita in cui sembrava addirittura possibile che quello del musicista potesse diventare un lavoro vero e proprio, ma le scelte artistiche non esattamente facili e di ascolto immediato hanno, poi, posizionato diversamente la musica nella mia vita: forse però così, non svendendomi al commerciale, io posso continuare ad apprezzare molto la mia/nostra musica fino a oggi.
Anzi, paradossalmente, in questo mi sento libero di poter realizzare musica come mi piace, senza alcun tipo di vincolo e, ormai da vent’anni, suono con le stesse persone in maniera prossima ed affine alla letteratura. In questo periodo, ad esempio, faremo uno spettacolo con WuMing2 – uno scrittore bolognese – uno spettacolo sospeso tra la narrazione e il racconto musicale… [ndr: ascoltate il nuovo podcast su SB On Air, dedicato al gruppo di cui Gianpaolo Paticchio è membro, i “Contradamerla”, per qualche minuto di intenso ascolto e pura riflessione concettuale]”.
D: “Un bilancio finale.. così tanto per salutare i lettori del nostro webzine scolastico SB?”
R: “Alla fine sono contento di tutto quello che mi è accaduto e sono contento di essermi reso conto di ciò che era nelle mie corde e desideravo farlo, perciò non ho rimpianti di nessun tipo. Mi è piaciuto lavorare nel sociale, mi piace la musica e mi piace moltissimo ora fare il vostro professore.
Grazie e seguiteci su SB Online e On Air.
E allora: “Buon lavoro di cuore a tutti!”
Alessandro Battistoni (e Coman Ruxandra) 5^C Linguistico e Arianna Palmarocchi 5^A Linguistico
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