Il 21 febbraio 2017, nell’aula conferenze del plesso Benincasa, si è tenuto il secondo incontro con la storica e filosofa Patrizia Caporossi sulla storia dell’emancipazione femminile nel secondo Novecento.
Il movimento delle donne è sorto grazie a quel cambiamento di mentalità che fino ad allora aveva impedito loro di comprendere cosa significasse effettivamente sentirsi ed essere libere. Capendo che la supremazia dell’uomo non era una cosa “naturale”, le donne hanno preso consapevolezza della loro importanza nella società, nonché del fatto che la libertà, fino a quel momento, era stata loro negata.
È in questo contesto che, durante la Seconda guerra mondiale, sono sorte varie associazioni come l’UDI (Unione Donne in Italia), il CIF (Centro Italiano Femminile) e il Movimento femminile repubblicano; quest’ultimo ha avuto una grande influenza nelle Marche.
Il dopoguerra è stato un periodo fondamentale per la conquista di molti diritti delle donne. Basti pensare, tra l’altro, che nel 1958 la legge Merlin ha sancito la chiusura delle case di tolleranza e l’abolizione della regolamentazione della prostituzione in Italia o che, nel 1978, la legge 194 ha legalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza.
Un tema centrale del movimento delle donne è stato il dibattito attorno all’iter per ottenere una legge sulla violenza sessuale. In Italia, negli anni ’50 e
’60, si obbligavano le donne ad accettare il matrimonio riparatore. A questo proposito, Caporossi ha ricordato la vicenda, avvenuta nel 1965, di Franca Viola, una ragazzina che, dopo essere stata violentata, ha rifiutato il matrimonio riparatore, ed è diventata, con questo gesto eroico, simbolo dell’emancipazione femminile. La scelta di questa giovane donna di denunciare il suo stupratore, ha favorito una discussione pubblica del tema, benché poi, per avere una vera legge sullo stupro, le donne italiane abbiano dovuto aspettare fino al 1996.
Un’altra questione centrale del dibattito femminista è stata la maternità, non più vista come un destino biologico ma come una scelta della donna stessa. Questa discussione ha consentito alle donne di liberarsi da un destino considerato naturale e ha implicato una riflessione sui ruoli della maternità e della paternità.
La professoressa Caporossi è stata testimone di tantissimi di questi eventi in quanto attivista di questo movimento.
Alla fine della conferenza, ho avuto il piacere di rivolgerle alcune domande. “Secondo lei – le ho chiesto tra l’altro – donna si nasce o ci si diventa?”.
“Senza dubbio – la sua risposta – donna si nasce, ma in quanto ‘ruolo’ ci si diventa. È la società stessa che costruisce questo ruolo e questo non vale solo in una prospettiva femminile, ma anche maschile: questo ruolo lavora ed influisce sul nostro modo di essere.”
Questa conferenza è stata un’occasione per riflettere sul contributo che le donne hanno offerto all’ampliamento dei confini sociali in cui ognuna ed ognuno di noi si trova ad agire, un invito a pensare a partire da sé e a riflettere sui meccanismi sociali che ci confinano in ruoli spesso stereotipati e che rispondono a logiche di dominio di un sesso sull’altro.
Anamaria Bosoaga
V D Scientifico






One Comment
Serena_santosdesousa
Femmina non significa donna, che non significa sposa, che non significa madre, che non significa omertosa. Femmina si nasce, donna ci si diventa, che sia “grazie” ai fischi per strada, alle mani non richieste, alle opportunità negate o alle frasi fatte, donna ci si diventa a forza di sbatterci la testa sulle mancanze nascoste sotto un tappeto, insieme alla polvere. Le lotte combattute, perse, vinte dalle donne per le donne sono un dono che la storia ci ha fatto, dono per il quale ringraziare quotidianamente, dono del quale non ci dobbiamo scordare mai. In questo discorso includo anche gli uomini, gli uomini veri, quelli che credono nelle donne e nella parità, quelli che piangono per le ingiustizie e perché si sono stancati, ma non arresi, perché tirano talmente tanto forte quella corda che i palmi sono sanguinanti e i denti digrignano e gli occhi si chiudono quasi del tutto, come a dire “lo sforzo lo faccio, ma se apro gli occhi e vedo che non serve a niente crollo, quindi piuttosto bendatemi”. Grazie uomini, vi voglio bene. L’importante è quanta passione ci si mette in questo tiro alla fune, quanto veramente ti interessa portare quello schifo di nodo dal tuo lato una volta per tutte, per premiare i tuoi compagni di squadra ed insegnare agli avversari come si vince. Brave donne, ragazze, bambine, bravi tutti, non molliamo la presa, facciamo della storia qualcosa di utile e non solo inchiostro stampato su fogli lucidi da evidenziare, diamo pace alle nostre signore del passato e a quelle del futuro, la strada è ancora tanta, ma tanta ne è già stata fatta, con quale faccia tosta ci accomodiamo su degli allori che non esistono? Questo è un appello disperato, un invito, chiamalo come vuoi, è una richiesta urgente, mettiti in gioco, arrabbiati, polemizza, domanda, rispondi. Grazie.